Luxury Gourmet

Trasformare una cena in un percorso gastronomico di altissimo livello scoprire nuovi sapori che racchiudono il meglio delle identità gastronomiche locali. Una selezione di ristoranti di charme ed eccellenza dove poter vivere un esperienza sensoriale ed immergersi nell’eleganza e nella raffinatezza dell’ambiente.

La selezione è curata da Elio Ghisalberti giornalista di l’Eco di Bergamo che fa parte, dal 1998, del Comitato di Direzione de “l’Espresso” per la redazione della guida dei ristoranti d’Italia.

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Il Luogo di Aimo e Nadia – Milano

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Una realtà gastronomica unica in cui si intrecciano creatività e arte, memoria gustativa italiana e gesto contemporaneo

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Stefania Moroni, anima de Il Luogo di Aimo e Nadia, porta avanti, affiancata dagli chef Alessandro Negrini e Fabio Pisani, quella realtà unica creata dai suoi genitori Aimo e Nadia, che sono stati capaci di interpretare e riproporre in veste innovativa la ricca cultura della gastronomia italiana. Oggi Il Luogo, membro della prestigiosa associazione Relais&Chateaux, è conosciuto tanto per lo stile della sua cucina quanto per i suoi spazi connotati da un progetto artistico-architettonico site-specific in progress, fortemente voluto da Stefania Moroni, che promuove un inedito intreccio tra arte, cucina, performances, degustazioni.
Il maître di sala Nicola Dell’Agnolo e il sommelier Alberto Piras compongono la squadra che fa vivere ogni giorno in modo diverso e straordinario Il Luogo di Aimo e Nadia, il ristorante che a Milano in via Montecuccoli 6, da oltre 50 anni è emblema dell’identità gastronomica italiana nel mondo.
“La nostra cucina – racconta Stefania Moroni – è sempre in movimento tra massimo rigore nel rispetto del valore del prodotto, della sua specificità e della sua storia e la libertà di una ricerca che accoglie e fa sue le sollecitazioni che la società di volta in volta propone”.

In questo Luogo sono nati piatti che hanno scandito l’evoluzione della cucina italiana: ottime ed esclusive materie prime, frutto di ricerche e selezioni scrupolose per riportare alla conoscenza e alla ribalta anche ingredienti e tecniche poco noti o addirittura dimenticati. Un approccio di grande rispetto dei sapori originari, ricette che hanno come elemento centrale la valorizzazione di una specificità e la bontà degli ingredienti proposti in modo unico e ricco di richiami. Una cucina capace di far emergere tutta la ricchezza che solo certi cibi sanno raccontare.
Fabio Pisani e Alessandro Negrini hanno raccolto il testimone di Aimo e Nadia, elaborando una cucina in cui la memoria gustativa italiana si unisce ad un gesto contemporaneo.logo-aimo-e-nadia
“Potremmo definire la memoria gustativa – dice Fabio Pisani – come quella memoria che appartiene a ogni persona che vive in Italia, un insieme di fattori che condividiamo e che si imprimono in modo indelebile nella nostra storia personale, legata alla terra, ai profumi, ai sapori, alle differenze dei vari territori, al piacere della tavola. Noi vogliamo far rivivere nel piatto quei valori, quei ricordi che sono in tutti noi e riuscire così ad emozionare il nostro cliente”.
“La nostra è una cucina italiana e contemporanea – spiega Alessandro Negrini – con uno sguardo al passato e uno al futuro. Recuperiamo quei profumi e sapori della cucina italiana, partiamo da una base solida, quella dei territori italiani, e con un gesto contemporaneo, creativo, li riportiamo nell’attualità. Perché una cucina senza ricerca è ferma. Bisogna sapersi rinnovare, ma mantenendo sempre una propria identità. I nostri piatti non sono solo ricetta, tecnica, ma nascono dalla cura, la cura estrema di ogni singolo prodotto che usiamo e di ogni singolo passaggio che porta a comporre il piatto”.
Il dialogo ricco e intenso tra questa cucina e l’installazione site-specific Installation-District (Gegend) di Paolo Ferrari, teorico dell’Arte in-Assenza, rivela le affinità tra il gesto del cuoco e quelle alla base delle operazioni artistico-architettoniche che connotano questo Luogo-contrada. I plotter paintings, le tele, le sculture, i disegni, le fotografie, Didone con le sue 56 sedute, ognuna un’opera unica, da oltre 15 anni disegnano e danno forma gli spazi interni ed esterni, costituendo l’unicità de Il Luogo di Aimo e Nadia.
L’ospite è accolto e invitato a partecipare ad un’esperienza singolare in cui cogliere “con gusto” le diverse sollecitazioni dei sensi e della mente e vivere autenticamente Il Luogo di Aimo e Nadia.
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Ristorante Florian Maison – San Paolo d’Argon (BG)

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DA SORRENTO CON FURORE
Nuovo Cuoco al Florian Maison.
Ringraziamo di cuore Elio Ghisalberti per aver visto in noi tutto questo. Oggi pagina 47 dell’ L’Eco di Bergamo.
“Superato abbondantemente l’anno dalla riapertura con la nuova gestione, più d’ una prova al tavolo e una serie di Soffiate di appassionati Gourmet fidati, eccoci a raccontarvi di un’ insegna restituita al rango che meritano location e ambientazione.
Protagonista dell’ impresa Umberto De Martino, cuoco-patron di origine sorrentina, approdato in quel di Bergamo per stare vicino a Monia Remotti, la compagna titolare di un negozio nel centro di Bergamo. MCS Bergamo…

Dopo una breve esperienza in città alta, ma alle dipendenze e quindi non libero di potersi esprimere in cucina liberamente, all’ inizio di marzo dell’ anno scorso ha ridato vita al Florian Maison, la meravigliosa dimora voluta da Filippo Trovato, titolare della PASTICCERIA FLORIAN di Albano Sant’ Alessandro.
La storia è piuttosto nota: dopo aver investito una fortuna per ristrutturare e attrezzare ( la cucina è una Ferrari ) la cascina con vista sull’ abbazia benedettina di San Paolo d’Argon, il progetto di una nuova gestione affidata a un drappello di professionisti del settore è naufragato dopo pochi mesi. Accadeva in piena crisi economica : le speranze di recuperare un locale naturalmente predisposto a un’ offerta piuttosto impegnativa sotto ogni punto di vista, costi di gestione e prezzi conseguenti compresi , sembravano ridotte al lumino. E certo, non avrebbe agevolato una nuova gestione con il piede sbagliato. Per subentrare a una situazione del genere serviva una certa dose, diciamo cosi, di temerarità, una caratteristica che ad Umberto De Martino deriva da una storia umana e professionale piuttosto avventurosa. Entrato da ragazzino nelle cucine dei ristoranti del suo paese d’ origine, ben presto si è confrontato con la dura realtà del lavoro all’ estero. In Germania, ad Amburgo per la precisione, è rimasto una dozzina d’ anni, per lo più alle dipendenze di insegne di buona fama, per un breve periodo anche protagonista di un ristorante gestito in proprio, guadagnandosi, tra l’ altro, riconoscimenti lusinghieri dalla critica locale.
Rientrato in Italia, pur avendo la possibilità di rimanere tranquillamente in costiera, si è di nuovo messo in gioco, accumulando esperienze in ristoranti di nome, soprattutto piemontesi.
Abbiamo sintetizzato le tappe di una carriera che è garante di un sostanzioso e qualificato bagaglio di esperienze, certamente utile per affrontare, con la convinzione dei propri mezzi, l’ ultima avventura al Florian Maison con la sua cucina d’ impronta mediterranea, arricchita da una ventina d’ anni di esperienze varie.
Nel Cuore e nelle mani gli sono rimaste più impresse, naturalmente, quelle di casa e quelle piemontesi. Lo si evince scorrendo il menu .. ,,
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Ristorante da Vittorio – Brusaporto (BG)

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Il concetto “Tradizione lombarda e genio creativo” ben rappresenta il filo conduttore dei menù che i fratelli Cerea aggiornano e rivoluzionano insieme al divenire del mercato e delle stagioni.
La cura, l’attenzione, l’approfondimento dei temi culinari è allargato per non far torto a nessun palato.
Qui, possono trovare godimento e novità i palati più diversi e le più diverse preferenze (o necessità) gastronomiche: carni e pesci, selvaggina e fruits de mer, tartufi e funghi ma anche piatti di verdure, tutti declinati con uno stile originale e sensibile anche alle nuove frontiere della cucina del benessere.

LA FAMIGLIA CEREA

Un nome: Vittorio. E una famiglia, marchio di eccellenza nel mondo della ristorazione e dell’accoglienza. Una dedizione premiata dalle guide – Tre Stelle Michelin – e dalla fedeltà di una clientela in crescita costante. Uno stile culinario inconfondibile, vivo e vitale da oltre 45 anni, grazie all’intuizione del fondatore – papà Vittorio – e all’evoluzione compiuta dai figli, che negli ultimi anni hanno integrato la tradizione con le tecniche più moderne. Un’armonia che si traduce in massima valorizzazione di materie prime di qualità assoluta, in arrivo dalle migliori aree di produzione. Oggi, ad occuparsi di Da Vittorio, sono la signora Bruna Cerea e i cinque figli. Enrico e Roberto sono entrambi chef, Francesco ha la responsabilità della cantina e della ristorazione esterna, Rossella è responsabile dell’ospitalità nel Ristorante e nella Dimora mentre Barbara dirige Cavour 1880, il caffè pasticceria di Bergamo Alta.

LA STORIA

Da Vittorio: la storia di un talento. ll talento di Vittorio Cerea che nel 1966, insieme alla moglie Bruna, aprì il suo ristorante a Bergamo. Bruna e Vittorio Cerea erano una giovane coppia innamorata e con la passione della cucina, quando aprirono nel centro di Bergamo il ristorante Da Vittorio. Era il 1966 e la cucina di pesce, diventata uno dei fiori all’occhiello del locale, ancora faticava a trovare spazio nei menù, oscurata dal primato delle carni.

  • 1966 Il Ristorante Da Vittorio apre nel centro di Bergamo
  • 1970 Il Ristorante Da Vittorio acquisisce la prima Stella Michelin
  • 1996 Il Ristorante Da Vittorio aggiunge una seconda Stella Michelin
  • 2002 Il Ristorante Da Vittorio diventa Relais Gourmand
  • 2005 il Ristorante Da Vittorio si sposta nella Cantalupa a Brusaporto, e inaugura la dimora diventando il primo locale del circuito Relais & Chateaux della Zona
  • 2010 il Ristorante Da Vittorio conquista la terza Stella Michelin e il Platinum King of Catering
  • 2012 Da Vittorio St.Moritz apre al Carlton Hotel in St. Moritz
  • 2014 Da Vittorio St. Moritz ottiene la prima Stella Michelin.

CHICCO CEREA Executive Chef

ENRICO CEREA (Chicco) primogenito di Bruna e Vittorio, è caduto bambino nelle pentole di famiglia… La passione lo ha contagiato a tal punto che ogni momento libero, a cominciare dalle vacanze scolastiche, è diventato un pretesto per seguire, curiosare, studiare i segreti delle cucine di tutto il mondo. Sorretto da un talento mai autocelebrativo, ha acquisito uno stile personalissimo, miscelando le ricette della cucina di Vittorio con la sensibilità e la tecnica appresa negli anni. Non ha mai smesso di imparare. FRANCESCO CEREA Catering and public relations manager.

FRANCESCO CEREA – Catering and Public Relations Manager

Francesco è responsabile della ristorazione esterna e si occupa delle pubbliche relazioni, dello sviluppo, del coordinamento e della supervisione di tutti gli eventi Da Vittorio. È inoltre direttore del personale, da lui scrupolosamente selezionato. È l’artefice della Carta dei Vini Da Vittorio, superba scelta di eccellenti etichette da tutto il mondo tra cui il Faber, un rosso di particolare pregio dalle uve dei vitigni della famiglia Cerea.

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Ristorante Lio Pellegrini – Bergamo

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In ogni angolo, su ogni tavolo, un particolare diverso, una cura del dettaglio maniacale e straordinariamente efficace. Bello, è dir poco, anche nella bella stagione quando ci si può accomodare nel sorprendente (da fuori proprio non si direbbe) giardino retrostante. La medesima cura viene applicata in cucina nell’elaborazione di piatti che compongono un menu completo e variegato, ma in cui non viene mai rinnegato l’imprinting delle origini toscane. La carta è rinnovata ogni giorno, mentre un percorso di degustazione viene approntato al momento, secondo disponibilità di mercato ed umore del patron. Squisiti il piccolo fritto di carciofi, gamberi, totani, rossetti e verdure ed i due servizi di caviale iraniano con purea calda di patate e con uovo leggermente strapazzato. Quindi tra i primi meritano una menzione particolare per la profondità dei sapori (è questa ricerca il filo conduttore dello stile di cucina, solo apparentemente semplice) le tre zuppe toscane: passato di fagioli e cannellini all’olio nuovo; farinata toscana e zuppa di cavolo nero. Notevoli i pesci ed i crostacei tra i secondi (la catalana di gamberi, astice e scampi nazionali è degna della fama della ricetta), ma la goduria vera arriva con l’ossobuco alla toscana con piselli ed il piccione arrostito e disossato con salsa al miele. Per terminare pecorino toscano alla piastra con favette fresche sgusciate o babà caldo al Rhum, crema inglese, fragoline di bosco e salsa di profiterole, dolce per cui vale la pena aspettare un quarto d’ora. Cantina molto ben fornita (la lista è chiara) anche se meno “passionale” della cucina.

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Ristorante Dal Pescatore – Loc. Runate – Canneto sull’Oglio (MN)

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DAL PESCATORE LA TRADIZIONE AI MASSIMI LIVELLI
La famiglia Santini interprete di un successo che non ha tempo né confini
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Suppergiù da un quarto di secolo, da quando cioè qualcuno si perita di stilare le superclassifiche dei migliori ristoranti d’Italia e del mondo secondo i giudizi delle guide, loro ci sono sempre, e stanno quasi sempre (almeno per quanto riguarda il Belpaese) in pole position. Passano gli anni, cambiano le mode culinarie, imperversano i giovani rampanti, ma il Pescatore di Canneto sull’Oglio in provincia di Mantova è costantemente chiamato a rappresentare i migliori rappresentanti della ristorazione italiana, i Santini del Pescatore. Nessuno come loro riesce a mettere d’accordo tutti, i “gommati” della grande cuisine francese con gli integralisti della tradizione regionale italiana, i goliardi golosi della tipicità con i propugnatori della creatività. C’è un motivo? Si potrebbero trovare spiegazioni d’ogni tipo, ma per dirla semplicemente, come siamo sicuri farebbe Nadia Santini se non glielo impedisse la modestia, è perché sono bravi, straordinariamente (stavamo per scrivere mostruosamente, e ci potrebbe stare) bravi. In cucina la sua dolce determinazione si esprime attraverso piatti di una precisione memorabile. Quel che colpisce di più non sono i nomi altisonanti delle materie prime o lo studio dell’estetica, ma la fusione armonica e dinamica di cotture e sapori (questo però lo diciamo noi che cerchiamo di dare complessità a concetti che in fondo sul piatto si esprimono in modo molto più semplice).

La sublimazione della cucina genuina e sana, riconoscibile, comprensibile, facile da fare propria anche se tutt’altro che banale, lungamente meditata nell’elaborazione. E poi – o prima? – c’è la bravura, più manifestata ma non meno poderosa, di Antonio, in sala. Instancabile affabulatore oltre che attento indagatore (studi di Scienze Politiche in gioventù), riesce a trasferire, esaltandole con uno stile sobrio e schietto, le emozioni che nascono in cucina. Del medesimo tono, di raffinata ospitalità senza eccessi, ambientazione ed atmosfera. Uno straordinario ed integrale piacere, questo è il Pescatore (perciò da anni viene eletto come miglior ristorante d’Italia). E pensare che la minuscola frazione di Canneto sull’Oglio dove gente di tutto il mondo arriva per gustare la cucina dei Santini, non figura nemmeno sullo stradario più dettagliato ed a malapena (perché non si può omettere un tre stelle Michelin) è inserita sui navigatori di ultima generazione. Runate è diventata famosa grazie a loro, alla presenza ed al lavoro ormai secolare dei Santini che con Giovanni ed Alberto, i figli di Nadia ed Antonio rispettivamente in cucina ed in sala con mamma e papà, sono giunti alla quarta generazione di osti. Nulla è casuale dunque, ma frutto di una lenta, continua, determinata, crescita. Anche quel nome, Pescatore, che per chi non conosce il passato potrebbe suonare fuori luogo, ha invece una storia ben radicata: l’Oglio e le sorgive dei dintorni (una proprio dietro il locale) sono stati per secoli una riserva di dal-pescatore-08approvvigionamento di una delle materie prime che ancora oggi ricorrono nella cucina del Pescatore, il pesce d’acqua dolce. “Vino e Pesce”, si chiamava infatti quella trattoria semplice e modesta con il quale la famiglia Santini ha esordito nel mondo della ristorazione. Nel corso degli anni sono cambiate naturalmente molte cose, ma non i valori fondamentali di una cucina che come dice nonna Bruna (che ancora in cucina comanda con il nipote Giovanni la partita dei primi piatti) “è buona e sana da sempre, visto che ha cresciuto, forti e tutti in buona salute, me ed i miei otto tra fratelli e sorelle”. “Ma non abbiamo pensato che tutto quello che deriva dalla tradizione sia esente da difetti, altrimenti non saremmo arrivati dove siamo. Prendendo come punto fermo la tradizione, bisogna essere capaci di spaziare, di allargare gli orizzonti, di prendere quel che di giusto arriva da altre esperienze. Credo che la dimostrazione più evidente stia nei risultati che abbiamo ottenuto” aggiunge Antonio Santini. “Però più che di difetti io parlerei di imperfezioni, dettate da una insufficiente conoscenza di alcuni principi”, specifica Nadia, che considera molto utile aver studiato in gioventù la chimica dell’alimentazione. “Dei piatti non mi basta l’estetica e nemmeno la buona riuscita della combinazione dei sapori. Valuto anche l’aspetto salutistico. Perciò bisogna conoscere profondamente la materia prima e le trasformazioni che intervengono durante l’elaborazione. Trasformazioni che inevitabilmente modificano il gusto, il valore nutritivo, la digeribilità. Per questo motivo nella mia cucina non c’è l’abbattitore: anche le salse le facciamo tutte al momento. Certo è un impegno per la cucina, ma possiamo gestirlo con trenta coperti che facciamo. Sono questi i valori aggiunti della cucina di valore. Vanno scelte con cura anche le attrezzature: usiamo molto il rame e l’alluminio antiaderente è perfetto per la rosolatura nel grasso che è più congeniale alla cucina a nord dell’Appennino, il burro (sempre chiarificato nella maniera più semplice, scaldando e separando caseina ed acqua per filtrazione e raffreddamento). Non basta però: la cucina che dà emozioni non si riduce alla ricerca dell’estetica e nemmeno alla padronanza tecnica. Oltre che il cervello bisogna metterci anche l’anima. Alla fine la clientela torna se capisce che c’è passione in quel che si fa, anche nelle cose più semplici”. Questa apparente semplicità cela valori profondi e radicati. “Quel che si fa è la dimostrazione di ciò che si pensa. Questo concetto lo si percepisce ogni volta che ci si confronta con i bravi colleghi in giro per il mondo. Quello della cucina è un linguaggio universale che porta con sé valori intimi e profondi, in fondo anche spirituali. Noi siamo cresciuti e viviamo in una zona in cui tutti si conoscono, dove non c’è fretta, dove ancora la gente è ben disposta al sorriso. I presupposti da cui nasce la nostra cucina sono questi: pur cogliendo ogni sollecitazione positiva che arriva dalle esperienze altrui, non vediamo il motivo di stravolgerla”. Non vediamo perché dovremmo anche solo pensare di stravolgere una cucina che nasce da questi presupposti esistenziali”. Già, perché?

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Ristorante Piazza Duomo – Alba (CN)

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Per un cuoco è magico essere qua. I langaroli sono abituati a mangiare bene.
I prodotti di questa zona sono spettacolari e la gente li compra e li mangia ogni giorno, in ricette semplici o più elaborate.
Enrico Crippa

Dicono che le colline delle Langhe le abbia già percorse in lungo ed in largo sulla bicicletta da corsa che inforca nei pochi momenti liberi che si può permettere. Ma Enrico Crippa classe ’71 da Agrate Brianza, insignito delle tre stelle dall’edizione 2013 della guida Michelin, al suo hobby prediletto dovrà rinunciare per un po’ di tempo, fino a quando cioè il braccio che si è infortunato inciampando su una cassa di cardi (buffo incidente sul lavoro….) non gli consentirà di rimettersi a pedalare con la giusta postura. Per fortuna degli ospiti di Piazza Duomo, l’insegna del centro di Alba che la famiglia Ceretto gli ha affidato una decina di anni orsono, ciò non gli impedisce di essere presente e perfettamente arruolato nel ruolo che riveste con maggior successo. Fortuna che è capitata anche a noi giusto una settimana fa, quando ci siamo accomodati ad uno dei pochi tavoli disponibili nella sala rosa confetto affrescata dall’artista partenopeo Francesco Clemente (una trentina di coperti in tutto compresi quelli della nuova sala inaugurata da pochi giorni). Come è ormai consueto nei locali di ultima generazione, contenitore ed accessori – ambiente, mise en place e servizio – sono essenziali. Nemmeno un fiore, nessuna distrazione, la concentrazione deve essere massima sulla cucina che si materializza con una serie di piccole sfiziosità che imbandiscono la tavola in un battibaleno. Una decina di piccoli capolavori che fanno intravedere la caratura del cuoco, la sua predisposizione al rigore tecnico, alla perfetta gestione delle cotture, delle consistenze, dei dosaggi.

Propedeutici, per così dire, alla formidabile dimostrazione di bravura che stava per arrivare con piatti pensati e realizzati in maniera perfetta, come da tempo non ci capitava di assaggiare. Se la perfezione assoluta non è di questo mondo, Enrico Crippa ci va mostruosamente vicino con piatti come il merluzzo al verde, il riso rosa (con gamberi e spray di barbabietola), il porco cinturello (arriva dall’Umbria) ed indivie. Da tempo non mangiavamo così bene, con calibrature al limite (appunto) della perfezione assoluta. Paragoni? Sempre difficile farne ma in Italia non ci viene in mente un’esperienza di tale livello confrontabile per l’interpretazione fusion – ma nel senso più alto del termine, tutt’altro che “confusion” – della cucina. Crippa ha evidentemente saputo cogliere il meglio da ogni esperienza fatta dai enrico-crippagrandi maestri e nei luoghi sparsi per il mondo in cui s’è fatto le ossa, da Marchesi a Ferran Adrià (in certi passi a noi ha fatto venire in mente il mitico cuoco catalano), dalla Francia al Giappone, arrivando a condensarle tra le Langhe in una cucina che rispecchia la sua identità e che, questo è un vero record, in una mezza dozzina di anni ha scalato le classifiche di tutte le classifiche passando da una a tre stelle Michelin ed arrivando ad essere inserito nella lista dei World’s 50 Best Restaurants (è la superclassifica mondiale stilata dai più importanti esponenti della critica gastronomica). Per il cliente l’esperienza da Crippa costa tra i 150 ed i 200 euro vini esclusi per i vari menu degustazione disponibili, prezzi di certo non popolari ma in linea con quelli delle insegne di tale blasone. Piazza Duomo è chiuso domenica e lunedì. Ai capolavori in bottiglia, ulteriormente impreziositi dalle opere d’arte che li accompagnano sia in vigna che in cantina, la famiglia Ceretto ha affiancato negli ultimi anni anche l’attività di ristorazione. Va così bene, “grazie al contributo fondamentale di Enrico Crippa, che ormai consideriamo uno di famiglia”, dice Roberta Ceretto, che “tra poco apriremo una seconda Piola a Barolo e chissà, potrebbe non essere l’ultima”. La Piola, la trattoria per i langaroli, è l’insegna ubicata a pianterreno dello stesso stabile che ospita Piazza Duomo. Propone la cucina tradizionale fatta come si deve, come è ormai sempre più raro trovare (vedi la bagna cauda o il fritto misto alla piemontese). Come è ormai piuttosto frequente accompagna ed in un certo senso fa da spalla, da serbatoio quotidiano, al ristorante superstellato del piano di sopra. Va da sé protagonisti sulla tavola de La Piola sono soprattutto i vini della maison, dal Blangè (cioè l’Arneis) che è ormai una griffe internazionalmente riconosciuta e caso più unico che raro di un produttore di Langa che ha spopolato con un bianco, alle selezioni dei Barolo Bricco Rocche, Brunate, Prapò e Cannubi, e dei Barbaresco, Asili in testa. In tutto circa 1milione e 200mila bottiglie che raggiungono 60 paesi diversi. Sono previste visite in cantina.

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Ristorante The Cesar – Ladispoli (RM)

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C’è una via Michelin sul mare della costa laziale, con profumi, aromi e sapori che fanno scoprire la cultura e le tradizioni gastronomiche italiane. È il Ristorante The Cesar de La Posta Vecchia, elegante hotel 5 stelle a breve distanza da Roma.
La cucina di Michelino Gioia rispecchia le tradizioni del territorio, ma i piatti sono rivisitati con spirito contemporaneo e grande tecnica per la composizione.
Nell’elegante ristorante con alti soffitti a volta, le grandi finestre incorniciano una suggestiva terrazza sul mare, la location ideale per un pranzo o una cena estiva. I piatti sorprendenti di Michelino Gioia si possono gustare anche circondati dalla storia millenaria nel museo che fu un’antica villa romana, un’esperienza da non perdere per celebrare una serata romantica o un’occasione speciale. Il ristorante è aperto anche ai clienti esterni.

Cooking Class

Sapete già cucinare ma volete perfezionare la tecnica? Volete seguire le fasi di preparazione di uno dei piatti del nostro chef Michelin per superare la paura dei fornelli? Iscrivetevi a uno dei suoi corsi di cucina.Lo Chef vi guida in un viaggio di perfezionamento delle tecniche e di apprendimento delle fasi di preparazione di alcuni dei piatti simbolo dell’hotel.

Degustazioni grandi Vini Italiani

Siete appassionati di Bacco? Il sommelier de La Posta Vecchia vi guiderà nella scoperta delle migliori etichette italiane. In una sola lezione potete imparare a degustare, e soprattutto assaggiare, il buon vino.
L’emozione dei profumi e dei sapori saranno amplificati dallo scenario suggestivo de La Posta Vecchia, affacciata sul mare.


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Angelo Sabatelli Ristorante di Charme – Monopoli (BA)

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Un grande passato alle spalle, quello di Angelo Sabatelli con esperienze importanti a Il Convivio di Roma (con annessa Stella Michelin), all’Hyatt Aryaduta di Jakarta, al Grand Hyatt di Hong Kong, al Ritz-Carlton di Shanghai, a Le Touessrok a Mauritius. Se non fosse stato chiamato per un ambizioso progetto in Puglia, mai decollato, oggi forse non avremmo uno dei pochi motivi di vanto della ristorazione regionale e uno dei migliori interpreti della cucina italiana in patria.
Ma così è andata, fortunatamente per noi, e la recente stella Michelin ha premiato questo ritorno alle origini e il suo talento, la determinazione e, soprattutto, il coraggio di scommettere su una terra ricca di fantastici prodotti ma ancora legata solidamente al passato.angelo-sabatelli
Tra le città costiere della Puglia, a Monopoli la scenografica location del ristorante, all’interno di un’antica masseria del 1500, antico complesso rurale fortificato, con un grande cortile lastricato, le vecchie stalle, la cappella, un frantoio seicentesco, una torre difensiva. L’ambientazione rustica di notevole pregio, è arricchita da un tocco di eleganza essenziale. Per esaltare e mantenere l’identità del posto, sono stati adoperati oggetti originali ricercati in tutta la Puglia. Il ristorante, tutto giocato sui toni del bianco e dei colori primari, è un locale dove il rustico diventa elegante e la mise en place è di intensa raffinatezza.
Il servizio è cordiale, professionale, efficace ma allo stesso tempo informale, per mettere l’ospite perfettamente a proprio agio. La cantina conta circa 600 etichette con prevalenza italiana e francese, oltre a una particolare attenzione nella selezione delle etichette regionali.

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Roberto Petza Ristorante S’Apposentu – Siddi (VS)

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Il S’apposentu nasce alla fine degli anni Novanta quando Roberto Petza, nativo di San Gavino Monreal, dopo alcuni anni trascorsi a farsi le ossa nelle cucine del “continente” torna nel suo paese natale del Campidano per aprire un ristorante tutto suo. Di lì ad un paio d’anni si trasferisce nel cuore di Cagliari, nella prestigiosa location del Teatro Lirico. In città il successo non tarda: la sua cucina d’impronta territoriale ma riproposta in chiave moderna, attuale, affinata negli abbinamenti e raffinata nelle presentazioni (ma senza esagerazioni, sempre delicata ed elegante), comincia a farsi largo nella considerazione della clientela e della critica tanto che nel 2006 arriva anche la stella Michelin. Dovendo spostare di nuovo la sede, ed avendo già acquisito la notorietà necessaria, Petza decide di tornare nel luogo che più ama, la campagna, dove può dare libero sfogo ai suoi ideali di vita e di cucina. Nel 2010 nel centro del piccolo borgo antico di Siddi, all’interno della villa liberty dei primi del ‘900 nasce il S’apposentu di Casa Puddu, ristorante ed Accademia di cucina sarda. Chissà se il suo si viaggio è finito o se anche questa sarà solo una tappa della sua carriera, di certo la seduta gastronomica al suo desco, il viaggio di un’ora circa dal centro di Cagliari e dall’aeroporto di Elmas lo vale tutto.
“Almeno l’80% di ciò che cucino è prodotto o viene raccolto ne territorio circostante: sono materie prime uniche, diretta emanazione di una cultura contadina che qui per fortuna è stata tramandata e si è mantenuta fino ai giorni nostri. Ho creato una rete di tanti piccoli produttori che mi garantiscono il prodotto buono e sano: e non fa nulla se è considerato povero, tocca a me valorizzarlo nei piatti”. Eccome se lo valorizza, vedi ad esempio le erbe (in zona se ne trovano spontanee una cinquantina di varietà utilizzabili in cucina) che profumano ed insaporiscono gli “gnocchetti di formaggio” immersi con le minuscole polpettine di salsiccia e la vellutata di ceci; le cipolle margherita che opportunamente lavorate con il pecorino fresco d giornata costituiscono il ripieni dei raviolini conditi con salsa di noci e rosmarino (il piatto del nostro privilegio); le loccas (le lumache) in verde; le susine selvatiche e le melanzane arrosto con cui viene tirata la salsa che accompagna lo stinco di maiale brado cotto a bassa temperatura. Ed altro naturalmente, compreso il pesce che arriva dal mare poco distante. Ma non il tonno che rimane fuori dal menu come tutte le specie in via di estinzione. Menu degustazione di carne o pesce a 60 e 70 euro proposto in abbinamento a vini locali a rotazione come quelli – originali e veri come la cucina di Petza – della cantina Lilliu di Ussaramana, paese confinate della Marmilla.

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